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Stile Arte (2006-2011) Anno 13 Numero 127 giugno-luglio 2009



Yoko ono, la memoria vi salverà

intervista di E.Giustacchini, A.Troncana

Stile a colloquio con Yoko Ono. Nelle sue opere recenti la riflessione sul ricordo,argine di speranza contro la deriva del mondo.



Approfondimenti d'arte e di storia della cultura per “leggere le opere”dell’arte italiana ed europea


Sommario

LA MOSTRA DI COPERTINA: Scapigliatura, demonio e pandemonio 4

CONTEMPORANEA: Yoko Ono, la memoria vi salverà 12
Biennale, il mondo costruito dagli artisti 16

ARTE & MEMORIA: Catturare le potenze del cielo con un teatro di immagini 18

NOVECENTO: Rauschenberg e gli scarti simpatici 24
Mitchell, la “figlia” segreta di Van Gogh 26

ENIGMI D’ARTE: Morte nella casa di Tiziano 28

ARTE & MAGIA: Una mano che stringe il nome numerico di Dio 32
La luna crescente sull’albero di Bosch 33

SCULTURA: Brustolon, il Michelangelo del legno 34

NOVECENTO: Ardengo Soffici, classico è il presente 36

CINEMA & PITTURA: I quadri viventi di Pasolini 40

SCOPERTE: La terra di Piero della Francesca 44

ICONOGRAFIA: Ti amo, fino a bere le tue dolci ceneri 46

CONTEMPORANEA: Rebecca Horn, a tu per tu con la Fata Morgana 48

ICONOGRAFIA: Diavolo d’un gatto 52
Quell’artista è una bestia 54

SCOPERTE: Francesco Gualtieri, il pittore che volle farsi dimenticare 56

OTTOCENTO: Le Vacanze intelligenti di Rousseau 58

ENIGMI D’ARTE: Camilleri e il giallo dei Renoir scomparsi 60

TEMI D’ARTE: Feste barocche, la consistenza dell’effimero 62

NOVECENTO: Avanguardie russe, al di là del reale 66

ART FOOD: La forma nascente 67

L’AGENDA DELLE MOSTRE 68

NOVECENTO: Guernica. Prima stesura? Nel 1440 70

ARTE & EROS: Quando Picasso spiava la Fornarina 76
Il miglior amico delle donne 79
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Yoko Ono
Cut Piece
original performance 1964
foto da catalogo, 2003

Yoko ono
Play it by trust, 1966-1997
foto da catalogo

“E’ stata la morte di John ad insegnarmi drammaticamente che il tempo non è infinito, e che non dobbiamo indugiare a manifestare agli altri il nostro amore”

Insignita nei giorni scorsi dalla Biennale veneziana del Leone d’Oro alla carriera, Yoko Ono è anche protagonista, nella città della Laguna, di Anton’s Memory, mostra che le dedica la Fondazione Bevilacqua La Masa nella sede di Palazzetto Tito.
La rassegna, curata da Nora Halpern in collaborazione con Angela Vettese e con la supervisione di Jon Hendricks, è aperta sino al 20 settembre e comprende molte novità - film, composizioni musicali, sculture, disegni, dipinti, installazioni interattive -, ma pure opere degli ultimi quarant’anni, in continuo dialogo con le produzioni più recenti.
Il titolo della mostra - il cui progetto espositivo è stato raccontato in un “libro d’artista” - rimanda alla “vita di una donna vista attraverso gli occhi del figlio”, ed è una riflessione sulla memoria individuale e collettiva, sul corpo, sul trascorrere del tempo, sull’enigmatica ma ineludibile necessità dell’uomo di mettersi in relazione con i propri simili e con l’universo che lo circonda.
Anton’s Memory può essere visitata dal mercoledì alla domenica, dalle 10.30 alle 17.30. Info: 041-5207797, www.bevilacqualamasa.it.
Stile ha intervistato Yoko Ono durante la sua permanenza a Venezia.



La prima domanda sorge spontanea: chi è Anton?
Non so rispondere a tale quesito: Anton è nessuno e chiunque al tempo stesso.
Il titolo della mostra di Venezia, Anton’s memory, intende evocare il ricordo non di una bensì di tutte le madri, le cui immagini sono scomparse nell’oblio mentre prendevamo coscienza del mondo e di noi stessi diventando adulti. Proprio per sottolineare il carattere universale della mia riflessione, ho scelto un nome generico, che non appartenesse a nessuna delle persone che ho frequentato, un nome che non fosse, ad esempio, John, Paul, George o Ringo. Chissà perché, ma solo in seguito - quando ormai era troppo tardi per cambiare - ho considerato che il mio secondo marito si chiamava Antony (Antony Cox, musicista jazz e promotore artistico, ndr).

Che significato riveste per lei la maternità, leitmotiv della mostra?
La maternità è il simbolo universale di ogni relazione. E’ un’esperienza ancestrale, totalizzante, densa di gioie ma anche di dolore e conflitti. La società tende a negare le difficoltà insite nel rapporto tra una madre e suo figlio, celandole dietro stereotipi illusori e fuorvianti.
Gli uomini dovrebbero sforzarsi di comprendere la visione che noi donne abbiamo del mondo, anche se criptica e all’apparenza priva di logica, dovrebbero partecipare ai nostri drammi, ricordarci ogni giorno che ci amano, perché solo l’amore può estirpare l’afflizione, placare le immense sofferenze della vita, estinguere la tragedia più grande che possa colpirci, la solitudine. Il confronto e il dialogo, in questo senso, sono fondamentali.

Si ha l’impressione che intenda invitarci ad affrontare la vita con un atteggiamento positivo.
Nonostante i lutti e i dolori che ho affrontato nel corso della mia esistenza, sono convinta che il mondo sia un luogo meraviglioso e che ogni giorno possa regalarci una sorpresa.
Se intendiamo preservare la nostra cultura e le cose stupende che abbiamo creato, dobbiamo sforzarci di vivere con felicità. L’unica via di salvezza che posso indicare consiste nell’assaporare con intensità e ottimismo ogni istante e non stancarsi mai di ripetere alle persone che ci circondano che le amiamo. Troppe volte ho esitato a dire “ti amo”, convinta di avere tutta la vita davanti a me per esprimere i miei sentimenti.
La morte precoce di John mi ha insegnato che non si deve indugiare, perché il tempo non è infinito e ogni secondo può essere l’ultimo.

La riproposta, dopo quarantacinque anni, di quello che è senza dubbio il più celebre tra i suoi “event”, Cut Piece (performance in cui Yoko Ono subisce la violenta lacerazione degli abiti che porta addosso, ndr), intende dunque essere una riflessione sul tempo, che modifica la nostra vita, il nostro corpo e il rapporto con gli altri?
Precisamente. Il tempo trascorre e muta ogni cosa: ciò che è presente diviene passato, un ricordo sbiadito di qualcosa che non c’è più. Il corpo invecchia e si trasforma, le relazioni si evolvono, si esauriscono, le persone intorno a noi ci lasciano, diventano spiriti che ci osservano dall’alto.
Per questo insisto sull’importanza della memoria: la mostra è stata concepita come se fosse il ritratto di una madre fatto dal figlio, una sorta di diario costituito da segni e reperti che può essere redatto anche dagli stessi spettatori, invitati a tratteggiare un ricordo delle proprie madri sui fogli bianchi che ho messo a loro disposizione.

Nora Halpern ha scritto che le opere di questa mostra “rimandano al pensiero di Yoko Ono sull’universo”. Possiamo affermare che per lei l’universo è un luogo in cui tutte le cose sono connesse tra loro?
Mi sono sempre sentita parte dell’universo, luogo immenso e straordinario in cui ogni esistenza, che da esso trae linfa e sostentamento, è indissolubilmente legata alle altre. Per questo ritengo che ciascuno debba essere responsabile della vita del prossimo oltre che della propria, e che sia nostro preciso compito adoperarci per salvaguardare il pianeta. Tutta la mia opera, del resto, è permeata dall’esigenza di interagire con il mondo, di intrattenere con esso e con le creature che lo popolano uno scambio continuo e fecondo. E’ l’unico modo per sopravvivere.

Nel suo loft di Chambers Street lei ha ospitato alcuni dei più grandi artisti del secolo scorso, da Robert Rauschenberg a Marcel Duchamp: la loro frequentazione ha in qualche modo avuto riflessi sulla sua opera?
Sebbene considerassi Rauschenberg e Duchamp degli artisti geniali oltre che dei carissimi amici, ho sempre inteso il mio lavoro - cui guardo con immenso orgoglio e fiducia - come il frutto di una ricerca autonoma, assolutamente personale e scevra di modelli, molto diversa da quella che loro hanno intrapreso.

C’è chi considera l’arte contemporanea una provocazione fine a stessa, priva di contenuto o intenti etici: qual è la sua opinione a riguardo?
Credo che sia pressoché impossibile giudicare l’arte contemporanea, dal momento che siamo privi del distacco e dell’oggettività che possiederà solo la generazione futura, libera da ogni coinvolgimento emotivo con la nostra epoca e dunque più lucida e consapevole.
Conosco molti artisti talentuosi la cui creatività ha rischiato e rischia di essere inibita dai giudizi affrettati e superficiali dei critici; io stessa, agli esordi, ho incontrato molte difficoltà a far comprendere il mio lavoro.
E’ necessario accostarsi alle opere contemporanee con una mente aperta e scevra da pregiudizi, ma soprattutto rispettosa nei confronti del nostro mestiere, che richiede dedizione e fatica inimmaginabili.

Gli antichi Greci designavano l’arte con il termine téchne, ad indicare studio, perizia e rispetto di norme codificate: ritiene che si possa riscontrare ancora della tecnica nell’arte contemporanea?
Nonostante le obiezioni di molti, la tecnica esiste ancora, benché abbia assunto un significato diverso. Indubbiamente è venuta meno una formazione di tipo accademico, vincolata a regole e consuetudini precise, soppiantata da un approccio meno conformista e forse più personale, di certo più emotivo, all’arte. Ma professionalità e competenza non sono scomparse.

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