Galleria Continua
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Luca Pancrazzi - Moataz Nasr - Giovanni Ozzola
dal 12/2/2011 al 1/5/2011
mart-sab 14-19

Segnalato da

Silvia Pichini




 
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12/2/2011

Luca Pancrazzi - Moataz Nasr - Giovanni Ozzola

Galleria Continua, San Gimignano (SI)

Da sempre concentrato sull'universo piu' intimo della pittura e sulla sua interazione con lo spettatore, Pancrazzi presenta in mostra opere che spaziano dall'immaterialita' e la trasparenza dei quadri monocromi, al segno ritmico dei disegni su carta fino alle installazioni, con le quali apre un dialogo diretto tra spazio e materia. Moataz Nasr concepisce invece mostra come un vero e proprio viaggio filosofico e spirituale, invitando lo spettatore a meditare sul senso delle cose e del vivere insieme. Nella video installazione di Ozzola 'Settecento' la luce unisce tutto e, come materia, rappresenta il passaggio e la manifestazione.


comunicato stampa

LUCA PANCRAZZI
BLOW - FLOW – RAW

Blow – Flow – Raw è il titolo della nuova mostra personale che Luca Pancrazzi concepisce per gli spazi espositivi di Galleria Continua. Uno Svolazzante Flusso Crudo, è una delle possibili traduzioni che l’artista suggerisce per queste tre parole messe in sequenza.

Da sempre concentrato sull’universo più intimo della pittura e sulla sua interazione con lo spettatore, Luca Pancrazzi presenta in questa mostra gli esiti più recenti della sua ricerca proponendo una serie di nuove opere che spaziano dall’immaterialità e la trasparenza dei quadri monocromi, al segno ritmico dei disegni su carta fino alle installazioni, con le quali apre un dialogo diretto tra spazio e materia.

“Da un po’ di tempo ho coltivato l'abitudine di dare una forma anche ai pensieri più astratti. Quelli che non sono niente più di uno spunto iniziale senza forma, ai quali finisco come minimo per attribuire almeno un colore. È un movimento spontaneo e magari naturalmente coltivato, ma questo genera decine di colori, forme e segni che girano contemporaneamente nei miei pensieri. Dalle forme meno definite ai veri e propri progetti, questo vortice di pezzi emanati gira spettinato intorno alla mia testa calva. I migliori, forse quelli più pesanti atterrano da qualche parte vicino, su una superficie qualsiasi, la prima che trovano. Spesso di carta. Un tutto in disordine di apparizione si muove disorientato in quella fase di caotica libertà sino a quando sarà colto dalla contingenza espositiva nel momento in cui dovrà essere rappresentato.

Questo livello diretto di flusso, nel quale prevale l'idea sulla realizzazione, la coltivazione di una certa indipendenza alla struttura opportunistica, e una certa rudezza cruda rispetto alla confezione, moltiplica le possibilità rispetto alle necessità.

Sto lasciando svolazzare “dentro”, e “fuori”, tutti i pensieri in forma di colore o di segno che di volta in volta si posizionano con gerarchie nuove e inedite, un po’ ovunque, anche se prediligono fogli e libri pieni di fogli bianchi, e anche già segnati. Queste comunità di pagine sono adatte ad ospitare pensieri centrifughi e centripeti, pezzi di carta di tutti i tipi e di tutti i tagli, rimasugli e scarti di altre attività pensative. Fogli raccolti e spillati, appoggiati su tavoli, in ordine o in disordine, attaccati alla parete, bloccati agli angoli da nastri adesivi di carta o incollati con la schiena al muro così da sgambettare al minimo movimento d'aria, fogli finiti sul pavimento che mi guardano dal basso, fogli fermati da fermacarte improvvisati o rilegati in libri. E ancora, libri aperti e libri impilati, appoggiati o a sostegno...

Il libro inteso come assemblamento di fogli di carta per disegnare o raccogliere e rileggere in una sequenza cronologica o casuale, è indirettamente soggetto di questa mostra. Il libro inteso come una città che ospita comunità di segni e pensieri, una città utopica di disegni residenti come cittadini anarchici e autosufficienti. È al tempo stesso libretto e passaporto per la libertà per gli stessi segni che tanto amano svolazzare nelle menti e nelle stanze.
Il disegno si libera del disegnatore e si affida al viaggio come possibilità definitiva di esistenza e si organizza in libri per viaggiare meglio. Libri intesi come veicoli, astronavi del disegno con equipaggi eterogenei.

Blow è un movimento d'aria generato da uno spiffero, un colpo di vento, che fa svolazzare le cose leggere come i fogli, e crea mulinelli e tornadi casalinghi che riposizionano tutto in maniera nuova. Flow è un flusso liquido, che si genera quando i pensieri fluiscono, è il flusso ininterrompibile della mente che ha bisogno della destrezza della mano nel rappresentare quei pensieri. Raw è il sapore crudo di quel movimento del pensiero che genera scarti di segni puri destinati ad essere materia prima, antica e necessaria. Questi tre termini onomatopeici di matrice globale sono l'archetipo dell'azione organica che genera la metafisica della nostra vita, dalle cose più leggere a quelle più pesanti e presenti.

Questa mostra sarà decisa nel momento in cui tutti i fogli svolazzanti si andranno a posare, momentaneamente, negli spazi disponibili”.

Luca Pancrazzi nasce a Figline Valdarno (Firenze) nel 1961. Vive e lavora tra Milano e la Toscana.
Il percorso creativo di Luca Pancrazzi ha visto l’utilizzo di molteplici strumenti linguistici: dalla pittura alla fotografia, dal video al suono alle sculture, fino alle grandi installazioni. Il tema centrale della sua ricerca è il processo creativo e la destrutturazione della realtà attraverso lo sguardo. Il superamento del limite tra dentro e fuori, lo sfalsamento del tempo e della percezione, scarti continui e variazioni seriali, questi gli elementi attraverso i quali l’artista indaga. L’osservazione della realtà, l’indagine sul territorio di matrice quasi antropologica non è mai restituita in modi oggettivi e documentari, ma è sempre mediata, rivista attraverso altri linguaggi, filtrata dalla memoria, e infine interiorizzata. Ne deriva un’acuta sensibilità per i problemi legati alla visione, alla costruzione, riproduzione e trasmissione delle immagini, come per la percezione e definizione delle coordinate di spazio e tempo nella realtà contemporanea. Una non-narrazione che gravita intorno ai concetti di centro e periferia, ai rapporti che si creano tra definizione del paesaggio urbanistico e processi di percezione dell’individualità. Tra le numerose mostre a cui Luca Pancrazzi ha preso parte, sia in Italia che all’estero, ricordiamo le più recenti: PastPresentFuture – Highlights from the UniCredit Group Collection, Centro Culturale Yapı Kredi, Istanbul, Turchia (2010); STILL IMAGE, contemporary italian paintings, Galleria Continua, Beijing, Cina (2010); Made in Filanda, La Filanda, Pieve a Presciano (2010); Sphères 3 2010, Galleria Continua / Le Moulin, Boissy-le-Chatel, Francia (2010); La scultura Italiana del XXI secolo, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano (2010); Glass Stress, Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti – Palazzo Franchetti, Venezia (2009); Collectors' Choice I + II, ZKM, Karlsruhe, Germania (2009); Sphères, Galleria Continua / Le Moulin, Boissy-le-Châtel, Francia (2008); 15° Quadriennale d’arte di Roma, Palazzo delle Esposizioni, Roma, (2008); Focus on Contemporary Italian Art, collezione permanente, MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna (2008); Aktuelle Positionen italienischer Kunst, Landesmuseum Joanneum Künstlerhaus Graz, Germania (2008); Fragile Beauty, glass in the focus of art, Stiftung Museum Kunst Palast, Düsseldorf, Germania (2008); La città che sale. We try to build the future, Arcos, Benevento; MACRO, Roma (2007); Expérience Pommery, Domaine Pommery, Reims, Francia (2007); Camera con vista, Palazzo Reale, Milano (2007); COLLEZIONISMI, il mondo come voluttà e simulazione, Assab One, Milano (2007); II Moscow Biennale of Contemporary Art, Special Guest, Mosca, Russia (2007).

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MOATAZ NASR
The Other Side of the Mirror

seguo la religione dell'amore:

in qualunque regione mi conducano

i cammelli dell'amore,
là trovano 
il mio credo
e la mia fede.
Ibn Arabi

Galleria Continua è lieta di presentare The Other Side of the Mirrow, la nuova mostra personale dell’artista egiziano Moataz Nasr.

Considerato tra i maggiori esponenti dell’arte pan-araba contemporanea, Moataz Nasr concepisce questa mostra come un vero e proprio viaggio filosofico e spirituale, invitandoci a meditare sul senso delle cose e del vivere insieme. Un canto corale, un inno alla compassione, come chiave di accesso alla conoscenza, come luce che illumina il percorso, e all’amore, come abolizione di frontiere e di pregiudizi; elementi questi che l’artista formalizza rielaborando le più diffuse icone del mondo islamico fino a trasformarle in nuovi significanti estetici globali, astrazioni simboliche aperte a molteplici letture.

L’esposizione si sviluppa tra la platea, i balconi e il palcoscenico dell’ex cinema-teatro disegnando metaforicamente un percorso teso all’elevazione spirituale.

The Other Side of the Mirrow è la video installazione che dà il titolo alla mostra. L’altro lato dello specchio è il mondo che l’artista ci invita ad esplorare. Uno spazio che crediamo inaccessibile soltanto perché non ci siamo dedicati a decifrarne il meccanismo. L’altro lato dello specchio è la matrice dell’uomo, è la volontà di riconoscere se stessi, è quella possibilità che utopie e sogni tengono viva, ma è anche una dimensione della mente che se era innata, una volta, nel bambino, è per l’uomo adulto qualcosa da recuperare solo dopo un percorso di riconoscimento nella propria coscienza.
Il pensiero del mistico filosofo e poeta sufi Ibn Arabi (1165-1240), punto d’incontro fra la cultura araba e cattolica, il Doctor Maximus per gli europei, Il sommo Maestro per gli islamici, ispira molte opere in mostra. Nell’opera EL Thaherwa El baten (The Manifest and the Un-manifest) l’artista utilizza 12 volte la forma araba della parola Elhob (amore) per creare due cerchi, il primo visibile, il secondo in ombra sull’altro, fra il bianco dell’anima e il nero del corpo. Si oppongono ai cerchi, le bestie, i 5 leoni della propaganda islamica realizzati con più di 35.000 fiammiferi su legno (Oxymoron, 2011), simboli della forza, della ferocia, della potenza e del potere ma anche rappresentazione delle nazioni arabe all’interno della storia del mondo e dell’energia di ogni singolo individuo.

L’amore, come simbolo universale, ritorna e prende forma anche in altre opere che compongono il percorso espositivo. Lo troviamo negli arazzi che Moataz Nasr realizza come simboli di compassione e bellezza, svetta sulle cime delle sue torri che rimandano alle architetture delle cinque grandi religioni, si disegna nella calligrafia araba delle sculture in alabastro e cristallo sospese sul palco.

Commentando l’esposizione il critico Simon Njami scrive: La base dell'installazione è ispirata da una memoria attraverso la quale noi ritroviamo la calligrafia, i miti, i segni magici e le rappresentazioni estetiche prodotte dal mondo arabo dalle diverse problematiche che si pongono agli umani. Al cuore di questo meccanismo, due elementi formano la pietra angolare della proposizione. Una costruzione ottagonale duplicata (il numero otto è magico) che potrà rappresentare un tempio profano all'interno del quale, come in un cuore vibrante, siamo invitati ad adattare il ritmo delle nostre pulsazioni al ritmo dell'ambiente, trasformazione che, sola, ci consentirà di accedere alla conoscenza e all'ecumenismo. E sulla scena, come un muro di parole, la frase di Ibn Arabi.

Nel grande neon verde che domina la platea l’artista proclama con forza l’adesione del suo cuore, ormai capace di assumere ogni forma, al pensiero di Ibn Arabi: la sua anima può essere
 un pascolo per le gazzelle, un convento per i monaci cristiani, un tempio per gli idoli, la Ka`ba per i pellegrini, la
 tavola della sapienza per gli ebrei, i
l ‘libro’ per i mussulmani, ma una sola è la religione che egli ritiene di seguire: l’amore.

Lo spazio dove siamo progressivamente trasportati, prosegue Simon Njami nella sua analisi, è cabalistico… Come in una caccia al tesoro, noi passeggiamo in questo universo codificato, e che importa se non potremo accedere al completo disvelamento dei segni e degli emblemi che costellano il percorso… la ragione non è la chiave di questo viaggio, ma il sentimento. La coscienza di uno spazio che ci oltrepassa e che tiene a misurarci, fino a che tutte le vecchie idee che fin qui hanno rappresentato la nostra ragion d'essere, siano rimesse in questione e trasformate.

Moataz Nasr nasce ad Alessandria D’Egitto nel 1961, vive e lavora al Cairo. Testimone del complesso processo culturale che il mondo islamico sta attraversando, la sua opera si pone l’obbiettivo di superare i particolarismi e i confini geografici per farsi portavoce delle istanze e delle problematiche dell’intero continente africano. L’esigenza di appartenere ad un preciso contesto geopolitico e culturale mantenendo forte il legame con il proprio luogo d’origine è un elemento portante dell’opera e della vita di Moataz Nasr. L’artista si esprime attraverso pittura, scultura, fotografia, video ed installazioni. Nelle sue opere racconta l’Egitto, con le sue tradizioni, la sua gente e i suoi colori. La sua produzione non è però esotica e lontana, ma estremamente vicina. L’Egitto è infatti solo uno sfondo, il paesaggio dove si muove un’umanità resa internazionale dalla fragilità comune. Indifferenza, impotenza e solitudine sono le caratteristiche dell’uomo che Nasr mette a nudo: debolezze che non sono legate a nessun paese, ma che dominano nel profondo ed ovunque la natura umana. Il suo linguaggio si basa sulla ripetizione di pochi e semplici elementi, per rendere l’opera comprensibile e allo stesso tempo poetica. Le installazioni che crea sono ambienti all’interno dei quali ci si può muovere: si passeggia, si scopre e si interpreta. Numerose le sue partecipazioni ad eventi di rilievo internazionale tra questi ricordiamo la Biennale di Venezia (2003), la Biennale di Seul (2004), la Biennale di Sao Paulo (2004), la Triennale di Yokohama (2005) e le rassegne collettive Arte all’Arte, San Gimignano, 2004, Africa Remix Dusseldorf, Kunst Palast, 2004; Hayward Gallery, London, 2005; Centre Pompidou, Parigi, 2005; Mori Art Museum, Tokyo, 2006; Johannesburg Art Gallery, Johannesburg, 2007), Ghosts of Self and State, Monash University Museum of Art di Melbourne, 2006 e, non ultima, la personale presso The Khalid Shoman Foundation, Darat al Funun, Amman, Giordania, 2006. Tra le collettive più recenti: Machine-RAUM, Vejle Art Museum e Spinning Factory, Vejle, Danimarca, 2007; 11 artists from Africa Remix, Maseru, Lesotho; Durban, South Africa; Cape Town, South Africa, 2007; Traversées (Crossings), Grand Palais, Parigi, Francia, 2008; Les Recontres Internationales de la Poto, Centre Cervantes, Fes, Marocco, 2008; MidEast Cut, The Danish Film Institute & Backyard Gallery, Copenhagen, Danimarca (2009); Coexistencias / Coexistences, II Bienalle delle Canarie, Centro de Arte La Regenta, Las Palmas de Gran Canaria, Canarie, 2008; Festival International d’Art Video de Casablanca, Faculté des Lettres et des Sciences Humaines de Ben M’Sik, Casablanca, Marocco, 2008; African contemporary art, Exhibition center, Algeri, Algeria, 2008; Made in Afrika, National Museum, Nairobi, Kenya, 2008; Taswir, Islamische Bildwelten und moderne, Martin-Gropius-Bau, Berlino, Germania, 2008. Lo scorso anno Moataz Nasr ha, inoltre, preso parte a African Marketplace, International Film Festival, Rotterdam, Olanda; MOATAZ NASR-DARB1718, GEO-graphics. A map of ART practices in AFRICA, past and present, Bozar, Brussels, Belgio; Rencontres PICHA, Biennale de Lubumbashi, Lubumbashi; Time After Time: Actions and Interactions, Southern Exposure, San Francisco, USA ; 21st Century: Art in the first Decade, Gallery of Modern Art, Brisbane, Australia. Nel 2008 Moataz Nasr ha fondato Darb 1718, un centro culturale ed espositivo no-profit nel cuore del Cairo che si pone l’obbiettivo di promuovere l’arte contemporanea egiziana, di far conoscere l’arte internazionale, di creare un archivio di opere e di mantenere un archivio telematico aggiornato sull’arte egiziana. Darb 1718 organizza inoltre seminari, proiezioni, progetti al fine di sensibilizzare e informare la comunità locale.

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GIOVANNI OZZOLA
Settecento

Settecento è la nuova mostra personale che Giovanni Ozzola concepisce per gli spazi espositivi di Galleria Continua.

Con questo titolo l’artista ci offre una suggestione, sottolineando l’idea di mondo concepito come volontà, come percorso che conduca alla consapevolezza: consapevolezza di sé, di chi siamo, della nostra storia e della nostra percezione.

Le opere di Ozzola nascono nel momento in cui la realtà collima perfettamente con l’immagine mentale ed il pensiero. L’attimo fugace in cui l’artista realizza che la memoria torna ad essere presente, quando il mondo interiore trova piena corrispondenza con l’esterno. E’ in quel preciso momento che la coscienza diventa conoscenza e la visione personale rappresentazione. Credo che si arrivi al “momento”, a quel tipo di percezione, afferma Ozzola, solamente avendo un pensiero, una sensibilità connessa, creando e mettendosi nella situazione, rendendosi disponibili… a volte le situazioni si manifestano e suonano una sola nota, come dei grandi diapason. Una nota che non è più parte esclusiva di una storia individuale, ma che diventa rappresentativa di un percorso condiviso: questa per me è l’arte. Come artista mi ritengo un “modo” di vedere il mondo, di partecipare questo tempo che scorre, offrendo la mia visione secondo una prospettiva che spero possa essere universale.

L’opera di Ozzola è scandita dalla luce. La luce che accompagna il trascorrere delle nostre giornate. Nelle sue fotografie così come nei video la luce assume consistenza e si manifesta come un evento; come rappresentazione della grandiosità di eventi semplici; come tempo che scorre.

Nella video installazione che Giovanni Ozzola realizza per questa mostra la luce unisce tutto e, come materia, rappresenta il passaggio e la manifestazione. L’inquadratura è stretta su un orizzonte lontano. Lo sguardo dell’artista è teso verso una visione che appare solo nel momento in cui i fulmini squarciano il cielo, mostrando improvvisamente le forme e i volumi delle nuvole. Un altro elemento compone l’installazione, un blocco di marmo grezzo. Anch’esso è materia plasmata dalla luce, quella del proiettore. Gli elementi nuovamente combaciano. Ozzola introduce nell’installazione un dato fisico reale, la pietra, aprendo a una serie di riflessioni sul mezzo e sul linguaggio dell’arte. La pietra porta subito alla mente le prime incisioni rupestri in cui, sulla roccia scalfita, trovavano spazio i racconti delle primordiali abitudini. Qui, sottolinea Ozzola, ha avuto inizio il mito in chiave iconica ed è cominciato ad emergere un primo codice comportamentale che affermava sicurezze e paure. Approfondisce l’analisi Elena Forin che in scambio epistolare con l’artista scrive: Il marmo è anche un elemento simbolico perché la sua forma evoca quella della montagna da cui è stato estratto. Il marmo è inoltre uno strumento pittorico puro, e non solo perché è stato il supporto di tanta scultura (e quindi porta con sé il tracciato della storia), ma anche perché il video che vi è proiettato sopra ne aumenta ulteriormente il potenziale in questo senso. Il marmo, infatti, riflette e intensifica il valore puro di luminosità e colore, che si ritrovano ad avere lo stesso corpo di molte altre tue opere in cui si scoprono qualità insolitamente tangibili e tattili”. 

Settecento presenta inoltre un nuovo nucleo di opere che partono da una natura fotografica. Anche in questo caso elementi diversi si combinano e si ricompongono in un’immagine che riacquista corpo sul supporto naturale da cui è composta. Una riflessione di Pier Luigi Tazzi permette di visualizzare concretamente questo accadimento: “Ogni immagine emerge da un fondo. Il fondo non è immagine, bensì la sostanza da cui scaturisce l’immagine”. In questi nuovi lavori, dunque, tutti i materiali che compongono l’opera partecipano alla costruzione dell’immagine: il fondo, l’emulsione si toccano creando una visione. Sul concetto di trasformazione, di cambiamento di forma e sostanza che genera la nascita prosegue Ozzola: il fondo è il fluido umorale – il liquido amniotico dell’immagine. L’immagine è la visione, la realizzazione.

Giovanni Ozzola nasce nel 1982 a Firenze. Vive e lavora tra Prato e Parigi. Dopo alcuni anni trascorsi a Londra, nel 2001 ritorna in Italia, comincia a sviluppare un proprio percorso artistico che lo porta, nello stesso anno, a partecipare alla mostra Happiness. A Survival Guide for Art and Life, a cura di David Elliott e Pier Luigi Tazzi, al Mori Art Museum di Tokyo. Da quel momento il centro della sua attenzione fa riferimento alla luce come materia per la formulazione della propria visione. Definisce come centro del suo lavoro l’interesse per lo spazio tridimensionale e la luce, sviluppa una ricerca sull’immagine mentale e l’essenza del soggetto.
Numerosi gli spazi espositivi in Italia e all’estero che hanno accolto mostre di Giovanni Ozzola, tra questi ricordiamo: MART, Rovereto; Chelsea Art Museum, New York; Galleria Continua, San Gimignano/Le Moulin; Palazzo delle Papesse, Siena; MAN Museo d’Arte, Nuoro; Museo Pecci, Prato; Mori Museum, Tokyo; Galleria Civica di Arte Contemporanea, Trento; Waseda University,Tokyo, Giappone; Centre d'Art Bastille, Grenoble, Francia; Schunck-Glaspaleis, Herleen, Olanda; Künstlerhaus Palais Thurn und Taxis, Bregenz, Austria; GC.AC, Monfalcone; ViaFarini DOCVA, Milano. Nel 2010 Ozzola vince il Talent Prize ’10, e prende parte ad importanti collettive, tra queste Linguaggi e Sperimentazioni. Giovani artisti in una collezione contemporanea, a cura di Giorgio Verzotti al MART, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto; 8 minuti dal sole, 1 minuto dalla luna, a cura di Alessandro Romanini, LU.C.C.A, Lucca; Niente da vedere tutto da vivere, a cura di Lorenzo Bruni, Eventi paralelli XIV Biennale Internazionale di Scultura di Carrara, Istituto del Marmo Pietro Tacca, Carrara; China Purple, No Soul For Sale, ViaFarini – Tate Modern – Turbine Hall Bridge, Londra; Il giardino segreto. Opere d'arte del secondo Novecento nelle collezioni private pugliesi, ex Convento di Santa Scolastica, Bari. Nel 2008 una delle sue opere, Omnia Munda Mundis, entra nella prestigiosa collezione permanente del Castello di Ama per l’Arte Contemporanea. Sempre nel 2010 realizza On the Edge, una mostra personale per l’Elgiz Museum di Istanbul curata da Elena Forin. In programma per il 2011 Talenti Emergenti, 2011, CCC Strozzina, Firenze; Naufrage, a cura di Ludovico Pratesi, Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro; Ghaib: Aesthetics of the Disappereance, Sharjah Maraya Art Center, Dubai.

Per ulteriori informazioni sulla mostra e materiale fotografico:
Silvia Pichini responsabile comunicazione press@galleriacontinua.com - mob. 347 45 36 136

Immagine: Giovanni Ozzola

Inaugurazione sabato 12 febbraio 2011, ore 17-24

Galleria Continua
Via del Castello 11, San Gimignano (SI), Italia
orario: da martedì a sabato, 14.00-19.00
ingresso libero

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