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Diorama Mag Anno 2 Numero 1 inverno 2012



L’orizzonte è un continente

Alessandro Ciacci

hilippe Petit, l’imperatore dell’aria, l’uomo di filo, il poeta della paura e della solitudine, del sogno e delle altezze terribili, dell’ immobilità e dell’equilibrio: Philippe Petit il Funambolo





SOMMARIO N. 01

2 WUNDERKAMMER

4 EDITORIALE

8 INTRODUZIONE
Linea
/ Zoe De Luca

10 BIOGRAFIE
L’orizzonte è un continente
/ Alessandro Ciacci

16 ARTE
Reticolati ed arabeschi
tra passato e presente
/ Eleonora Salvi

22 COSTUME
Capelli, da vezzo a feticcio
/ Virginia Devoto

26 POESIA
Charles Bukowski

28 ARCHIVIO
Inspiration Pad

32 ARCHAEOLOGY
/ Valentina Pieri

38 ANIMAZIONE
La sottile linea vitale
/ Lorenza Novelli

44 DESIGN
Carlo Mollino e il design vitale
/ Valentina Pieri

48 LETTERATURA
Un ipertesto nel ‘700
/ Elia Solverano

52 INTERVISTE
Luca Barcellona
/ Zoe De Luca

57 MUSICA
Ryoji Ikeda: linearità multimediale
/ Jelena Miskin

60 CONCEPT
Bertold Brecht

62 CINEMA
Helvetica
/ Adele Cuzo

66 ARTE
La bellezza compulsiva della
Bondage Art
/ Eleonora Salvi

73 ARTE
Registrando e plasmando la linea d’orizzonte
/ Lorenza Novelli

78 GEOLINEE FOTOPOETICHE: CRODE DEL PEDRE’,
UNA LETTURA PER IMMAGINI
/ Ilaria Doimo

84 INTERVISTE
Luisella Carretta
/ Greta Scarpa

90 CINEMA
Il segno della linea in Hitchcock
/ Emanuele Amaduzzi

94 CINEMA
Recensioni

96 FOTOGRAFIA
Eric Marrian
/ Zoe De Luca

108 MODA
Selezione di editoriale
/ Virginia Devoto

112 PUBBLICITA’
Da 0 a
/ Francesco Balacco

116 DISTRIBUZIONE

118 WUNDERKAMMER
ARTICOLI DAGLI ALTRI NUMERI

Sigrid Calon
Zoe De Luca
n. 7 primavera - estate 2014

Interno Otolab
Virginia Devoto
n. 6 autunno-inverno 2013

A plunge in the Third Landscape
Eleonora Salvi
n. 5 primavera-estate 2013

Ogni sua parte somiglia all'intero
Virginia Devoto
n. 4 inverno 2013

Electronic Voice Phenomena
Jelena Miskin
n. 3 autunno 2012

The Rubber Man

Chiara Fraise Salvatori
n. 2 primavera-estate 2012


Philippe Petit performing a back roll, 1974

Still tratto da Man on wire, James Marsh, 2008

Still tratto da Man on wire, James Marsh, 2008

Philippe Petit, l’imperatore dell’aria, l’uomo di filo, il poeta della paura e della solitudine, del sogno e delle altezze terribili, dell’immobilità e dell’equilibrio: Philippe Petit il Funambolo.

L’anno è il 1968, il luogo Parigi, più precisamente la sala d’aspetto di uno studio dentistico. Attorniato da vecchi con i denti doloranti e pianti di bambini impauriti, un ragazzo di 18 anni tenta di sopraffare il nervosismo, l’attesa e la noia sfogliando distrattamente una rivista piuttosto consunta. Passano i minuti, quando, ad un tratto, la sua attenzione viene magicamente e irreversibilmente calamitata da un’illustrazione: vi sono raffigurate due torri, ed il titolo dell’articolo profetizza “Un giorno queste torri verranno costruite”. E’ il colpo di fulmine. La folgorazione sulla via di Damasco. Con un gesto deciso, che prova a mascherare con un secco colpo di tosse, il ragazzo strappa la pagina con l’avvenieristica profezia. Il dado è tratto: in quel preciso momento un meccanismo ben più grande di lui, forse divino, inizia a mettersi in moto, il tarlo inizia la sua opera di erosione dal profondo. Nasce un desiderio, nasce un sogno, un’utopia che ben presto diventerà un’ossessione ai limiti del patologico, del delirio. Da quel momento e per tutto il tempo che verrà, la sua vita sarà tutta in funzione di quelle due torri: alte più di cento piani, di lì a qualche anno si staglieranno nel cuore di New York su, fino al cielo, come i giganti della mitologia si ersero contro l’Olimpo. Torri costruite dall’uomo, queste Twin Towers cento metri più alte della Torre di monsieur Eiffel, che dovranno giocoforza diventare le nuove colonne d’Ercole nel mondo del ragazzo. Ora i sogni e le sfide dovranno volare più in alto, osare l’inosabile, vincere l’impossibile. A 18 anni, Philippe Petit è un artista di strada, giocoliere per vocazione, borseggiatore per sfizio. Nato nel 1949 da una famiglia della piccola borghesia, ancora bambino scopre la magia, l’illusionismo, impara a cavalcare, i segreti della scherma, le arrampicate su roccia, il disegno… Si intende di falegn ameria e ha perfino studiato l’antica arte della tauromachia. E’ il padre, Edmond, “uomo dell’aria scrittore, poeta” che lo avvia molto presto allo sport e alle arti e gli inculca l’importanza di un lavoro ben fatto. Esule volontario, come si definirà, ancor giovane, vagabondando per l’Europa, apprende in pochissimo tempo e senza scuole o maestri, un’arte che non esiste. Un’arte strana, tutta in funzione di una linea, di un filo, un’arte che è al tempo stesso matematica e poesia, calcolo e levità: l’Arte del Funambolo. Philippe diventa un funambolo o meglio, un funambolo autodidatta, come preciserà in futuro con orgoglio, ovvero colui che fa uno spettacolo simile ad un gioco d’azzardo. Che è fiero della propria paura. Osa stendere cavi sui precipizi, si lancia all’assalto dei campanili, allontana e unisce le montagne. Il suo cavo d’acciaio, la sua corda, devono essere tesi all’estremo. Egli si serve di un bilanciere per le grandi traversate. E’ il Ladro del Medioevo, l’ascensionista del secolo di Blondin, il Funambolo. Ma torniamo per un attimo in quella sala d’attesa. Philippe è spinto da un’attrazione incontrollabile, quasi fisica, viscerale verso quelle due torri, quel sogno e quell’ossessione. In quello stato di quasi “trance”, disegna d’istinto una linea tra i due vertici delle torri. Il suo destino è segnato. Una semplice linea. Quella pagina per il momento deve accontentarsi di venire archiviata insieme ad altri non meglio precisati “Progetti per il Futuro” e qui dovrà restarvi per altri quattro anni, il tempo necessario perché la fantasia e il fisico di Philippe possano saziarsi, temprarsi fino allo stremo delle forze. I progetti folli, quelli impossibili, richiedono grande devozione per riuscire: tanto vale, allora, mettersi subito al lavoro. Nelle sue memorie, il grande autore Paul Auster ricorda quando, giovane letterato senza soldi ma la testa piena di poesia, un giorno passeggiando per Boulevard Montparnasse, si imbatté in un piccolo capannello di gente.
Al centro dell’attenzione degli spettatori, un cerchio tracciato con il gesso sull’asfalto, dentro al cerchio “un uomo giovane e minuto. Era tutto vestito di nero: le scarpe, i pantaloni, la camicia, perfino il cilindro di seta pesta che aveva in testa. I capelli che uscivano dal cilindro erano di un biondo rossiccio chiaro, la faccia era così pallida e smunta che sul momento pensai che portasse una maschera bianca. Il giovanotto faceva giochi di prestigio, andava in monociclo e presentava trucchi di magia”. E’ Philippe che, calato nella città fattasi per l’occasione teatro, interpreta la sua arte per iniziare ad instaurare un dialogo con la gente, con il suo pubblico. Un dialogo o, piuttosto, un rapporto dove il legame che unisce le parti è tutto intriso di fascino ipnotico, è oscillante tra il demoniaco e il clownesco, è sciamanico in quanto sciamano è inevitabilmente il funambolo, così sospeso tra cielo e terra, così rivolto al cie lo ma saldamente ancorato sulla terra, o meglio sospeso su di essa, sopra quel filo che concentra in sé lande infinite. Solo un filo. Quel terribile filo inevitabilmente orizzontale, perché non può che essere orizzontale il cammino verso la perfezione. In perenne comunicazione con il cielo e forse con il divino qualsiasi cosa sia, perché solo sospesi per aria, ci ricorda Petit, solo quando ci si sdraia sulla fune senza bilanciere, con il petto nella luce dei riflettori o con il cuore esposto ai venti di un teatro all’aperto, si è prossimi alle Porte del Paradiso. Il filo è un mestiere, sobrio, rude, scoraggiante e per sopravvivergli è fondamentale una continua ricerca, un allenamento continuo e permanente. Sono stato affamato come un lupo, ho imparato a dominare la mia vita. E chi non vuole intraprendere una lotta accanita di sforzi inutili, pericoli profondi, trappole, chi non è pronto a dare tutto per sentirsi vivere, non ha bisogno di diventare funambolo. Soprattutto non lo potrebbe. E’ la vita che si fa arte, che si fa opera d’arte concentrandosi nell’equilibrio, in un filo, concentrandosi in un uomo che ha senso e significato solo quando è sopra esso. Parlare di record o di rischi è essere fuori strada. Per tutta la vita ho cercato i posti più sorprendenti da attraversare - montagne, cascate, edifici.

E se le traversate migliori sono state anche quelle più lunghe e rischiose, tanto meglio. Ma non è proprio quello che cerco. A me interessa l’impresa, lo spettacolo, il gesto grandioso. E’ quintessenza di teatro, sovversione e poesia, iconoclastia (prendere d’assalto i campanili!) in quanto il tempio, il sacro, la chiesa, sono solo edifici, solo pretesti per dare spettacolo, per offrire uno spettacolo ogni volta più emozionante, fatti per sorreggere un filo, un uomo e il suo coraggio, fatti solo per essere calpestati. Questo è il teatro che toglie il fiato, questa la vera arte libera, che distrugge, che devasta: il funambolismo. “Quel funambolismo che ci riporta”, scrive Auster, “alla nostra ordinaria umanità”. Un Segretario di Stato, un poeta, un bambino: diventano uguali ai loro stessi occhi, e agli occhi del funambolo, diventano parte uno dell’altro. Eccolo, in ultima analisi, l’aspetto più importante del funambolismo”. Di qu est’arte troppo facilmente dimenticata, derisa. Solo il termine ci suona ridicolo oggi, la gente non sa neanche cosa sia, superficialmente classificata come una forma minore di circo, insipido intrattenimento per bambini. Ma il Funambolo non se ne cura e continua la sua traversata. Petit passo dopo passo insegue il suo sogno, lo concretizza, lo plasma. Così i tetti parigini diventano il suo palcoscenico privilegiato, il fondale per i suoi spettacoli, quinte d’ingresso e d’uscita: qui volteggia, danza sfidando la gravità, altezze terribili, sfidando secoli di leggi fisiche e le leggi in generale con spettacoli clandestini. Ogni nuovo passo al limite del vuoto richiede a Petit una preparazione rigorosissima, che non può ammettere la minima imperizia.

Quand’ecco, un giorno, il piccolo Philippe è pronto per il grande passo, è pronto per entrare nell’Olimpo dei funamboli con tutti gli onori. Il suo obiettivo si chiama Notre Dame. Un filo tra i due bastioni, una danza sulla cattedrale di Victor Hugo. Inizia un lungo e faticoso anno di preparazione a questa sua “personale” passeggiata. Un anno per carpire i segreti delle torri di Nostra Signora, per trovare il modo migliore, l’unico, per arrivare alla fine della linea. Torri alte 69 m mentre la guglia sfiora i 100. L’ispirazione è sempre improvvisa, ma Petit non si fa, e non si farà mai, trovare impreparato. Preparare l’esibizione, preparare il filo, per un funambolo significa farsi scienziato, immergersi in calcoli, studi circa lunghezze, larghezze, tensioni, oscillazioni, significa mobilitare materiale poco maneggevole, pesante in cima ad edifici altissimi e poco agevoli. Significa non poter tralasciare nulla, visto che un filo montato bene p uò fare la differenza tra la vita e la morte. E’ il 26 giugno 1971: Petit vince. Petit espugna Notre Dame e con essa Parigi, la Francia intera. Petit pone la sua firma sulle nuvole, conquista il cielo, riesce là dove tutti gli altri, non hanno nemmeno avuto il coraggio di tentare. Egli è la macchina per il volo di Leonardo fatta uomo, funziona ma non si accontenta solo di volare, egli danza, si ferma, passeggia nel vuoto. E’ un trionfo assoluto. Il mondo intero viene a conoscenza di quel nome, di quel piccolo uomo e di quella follia e da quel momento Philippe non sarà mai più solo: è nel cuore della gente e non se ne andrà più. Per chi si è impossessato dell’aria, la terra non può avere più ostacoli e confini, deve poter andare ovunque, tutto il mondo deve vederlo, deve poter apprezzare la sua maestria, la sua arte, rendergli un applauso, il Sommo Tributo. Così dopo Parigi, è Sidney che chiama a sé Philippe. Quella città dove domina l’Harbour Bridge, il ponte con arco più alto del mondo, alto 134m.
3 giugno 1973: Petit risponde alla chiamata. Petit vince. Ancora. Un altro sogno si concretizza, un altro obiettivo raggiunto, un’altra fortezza espugnata. Ad attenderlo alla fine della traversata c’è la polizia, come sempre, e mentre viene portato via, trova pure il tempo per sfilare il portafoglio ad un poliziotto.

4 aprile 1973: la Scienza e la Tecnica possono gonfiare il petto con orgoglio, guardarsi allo specchio con soddisfazione. La scommessa è vinta. A New York viene inaugurato il World Trade Center. Le Twin Towers, le due torri gemelle, sono venute al mondo ed inorgogliscono come non mai il padre-Occidente. Nel discorso inaugurale il sindaco che le tiene a battesimo afferma che le torri “promuoveranno non solo l’armonia tra gli Stati (sic!) ma l’armonia e la comunicazione tra le nazioni del mondo (sic!!)… Petit è a Parigi, legge la notizia. L’attesa è finita. E’ giunto il momento, la traversata delle Torri Gemelle ora si può fare. L’altezza è folle: una camminata a più di 400m da terra, una linea che unisce due colossali torri dell’altezza di 415 e 417m. Ma un funambolo non può accontentarsi, non deve, ad un funambolo non bastano. D’altronde profondamente funambolo sarà colui che lascerà il suo piedistallo per scoprire cavi an cora più in alto, passo dopo passo… Ecco perché il poeta del cielo decide di sfidare proprio quei 42m di nulla che separano le due torri. Inizia la preparazione, lo studio. Superando i 400m, le estremità delle torri sono state concepite per assecondare il vento, le estremità strideranno sotto i suoi piedi, sentirà i gemiti dell’acciaio, le torri oscilleranno: i moloch respirano, vivono e lui dovrà tenerne conto…
7 agosto 1974: “Abbiamo visto il funambolo danzare, perché non si può dire che camminasse. Era circa a metà strada tra le torri quando ci ha visto ed ha cominciato a ridere. Si muoveva con tranquillità. Si è persino sdraiato sulla fune quasi per riposarsi: è stato uno spettacolo supremo”. Questo ricordano i poliziotti. La gente inizia a radunarsi sotto le torri, gli sguardi sono tutti rivolti verso quel puntino nero, lassù, tutti stupefatti, tutti a chiedersi “Possibile?”, tutti testimoni della magia, del miracolo. Davanti ai loro occhi, e con loro davanti al mondo intero, un uomo si sta prendendo gioco dell’Impossibile.

La polizia gli chiede di scendere ma lo spettacolo ancora una volta non si fermerà, il miracolo non può interrompersi, la poesia deve trovare la sua degna conclusione. Petit vince ancora. Un funambolo, un poeta, è il nuovo signore dei cieli di New York. Dopo 45 minuti arriva all’altra torre, immediatamente arrestato. Alla prosa dei poliziotti che riescono solo a chiedergli perché l’abbia fatto, lui risponde che non c’è un perché. Quando vedo un posto magnifico dove mettere il cavo, lo metto e lo attraverso. C’est la poésie.
Unica la vita di Petit, troppo folle, esageratamente magica, una vita che è riuscita a trascendere la letteratura, rifondare il mito, riscrivere la tradizione. Petit è Don Chisciotte della Mancha che doma i mulini a vento, è Davide sulle spalle di Golia. E come non possiamo non pensare ad un altro grande funambolo delle nostre lettere, forse l’ultimo poeta, l’ultimo funambolo che abbiamo incontrato e amato, l’ultimo sognatore, quel Cosimo Piovasco di Rondò, quel Barone Rampante che con la stessa semplicità di Petit salì sugli alberi e lì rimase per sempre. Un funambolo permanente, un sognatore che su quel sogno ha plasmato la sua vita e quella di chi gli stava attorno, di quelli che incontra: poesia che è vita, vita che è avventura. E poesia sarà anche la sua fine, poesia quel salto ultimo, disperato, da vero funambolo, la fine che Petit stesso dice di augurarsi, quel dono più caro per i funamboli, una fine sul filo, che forse potrà 0 immalinconire lo spettatore, non di certo il funambolo, perché guai ad intristirsi, lassù tra le nuvole. Non bisogna mai essere tristi sul filo. Con un movimento della spalla rimetto in equilibrio i miei pensieri e parto cantando. Gioia, poesia, vita! “Il funambolismo non è un’arte della morte, ma un’arte della vita, della vita vissuta oltre il limite del possibile. Ovvero della vita che non si nasconde alla morte, ma la guarda dritta in faccia. Ogni volta che mette piede sul cavo, Petit tiene in pugno quella vita e la vive in tutta la sua esilarante immediatezza, in tutta la sua gioia”. Un’arte bambina, ma al tempo stesso battaglia terribile. Quella “Battaglia sul filo” di cui ci parla Petit, una battaglia che il funambolo combatte, solo, contro sé stesso, contro la paura. Approdate alla vittoria attraverso la solitudine. Bisogna battersi contro gli elementi per apprendere che tenersi sul filo è poca cosa, ma restare dritti e ostinarsi nella nostra follia di vincere i segreti di una linea è per noi funamboli la forza più preziosa. Osare è la parola d’ordine, il segreto, l’obiettivo. Essere dissennato, per il funambolo, significa semplicemente essere impegnato a vincere, a vivere. Osare sempre e comunque, osare contro tutti perché i limiti esistono soltanto nell’anima di chi è a corto di sogni. E a noi che guardiamo, noi che siamo quelli che stanno sotto, che si consumano gli occhi a furia di guardare avidi quella danza, non rimane altro che trattenere il fiato, dimenticare la paura, il rischio, la gravità e lasciarci travolgere dalla poesia del funambolo.

L’11 settembre 2001, il teatro di quella straordinaria arte, la memoria imperitura del coraggio e della follia di un piccolo funambolo, viene raso al suolo. Il palcoscenico di quell’incredibile magia è in macerie, quello che fu miracolo è ora fumo. Spettatore di tanta devastazione, lo stesso Paul Auster, che era stato spettatore estasiato del piccolo Philippe, l’amico, il devoto. E mentre tutto il mondo sta piangendo e si dispera, in lui si fa largo un tenue raggio di luce, di calore e affiora come per miracolo dopo tanti anni “il ricordo di un gesto di grazie e ribellione che non sarebbe mai stato più possibile… Può sembrare irrispettoso parlare di una cosa del genere di fronte alle persone che hanno perso la vita quel giorno, tuttavia confesso che mi ritrovai a ricordare proprio quel gesto: un atto folle, assurdo, la cui unica utilità era nel senso di sfida. A rifletterci oggi, probabilmente ripensai alla camminata di Petit anche per sfuggire a ll’orrore di quanto era avvenuto”. Merci, Philippe.

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