Thomas Pynchon, L'incanto del lotto 49
(trad. Arnoldo Mondadori Edit. 1988)

(...) Doveva essere stata quella sera stessa che capitarono a passare davanti a L'Ambito,
un bar sul ciglio dell'autostrada per L.A., nei paraggi della Yoyodine. Ogni tanto, come per esempio quella sera, Corte degli Echi riusciva inabitabile, o perché la piscina era così morta e circondata di finestre vuote, o a causa della prevalenza di una banda di voyeurs adolescenti, che s'erano fatti fare e avevano tutti una copia del pass di Miles dimodoché potevano presenziare a volontà alle bizzarie dei comportamenti sessuali. Si era arrivati al punto che Oedipa e Metzger avevano preso l'abitudine di trascinare un materasso in spogliatoio, dove Metzger spostava il cassettone e lo metteva contro la porta, toglieva l'ultimo cassetto che metteva contro la porta, toglieva l'ultimo cassetto che metteva sul piano del mobile, infilava le gambe nello spazio rimasto vuoto, dato che quello era l'unico modo che gli consentiva di sdraiarsi per terra senza dover star rannicchiato, ma poi di solito a quel punto aveva perso ogni interesse alla cosa.
L'Ambito era il ritrovo dei montatori elettronici della Yoyodine. L'insegna verde al neon raffigurava in modo ingegnoso la faccia di una valvola oscilloscopica, sopra la quale scorreva una danza perennemente mutevole di figure Lissajou. Doveva essere giorno di paga e tutti gli avventori erano già ubriachi. Oedipa e Metzger riuscirono a trovare un tavolo in un angolo, sempre seguiti da tanto d'occhi. Spuntò un cameriere rugoso con gli occhialoni affumicati e Metzger ordinò del bourbon. Oedipa, studiato l'ambiente, cominciò a sentirsi nervosa. Gli avventori de L'Ambito avevano questo je ne sais quoi: portavano tutti gli occhiali e ti fissavano in silenzio, immobili. Tranne due o tre vicino all'entrata, impegnati in una partita di pesca al naso, che gareggiavano a chi faceva schizzare le caccole più lontano.
Da una specie di juke-box in fondo alla sala proruppe improvvisamente un coro di oplà. Tutti si fecero attenti. Il cameriere tornò con il bourbon, in puinta di piedi.
"Che succede?" bisbigliò Oedipa.
"Una cosa di Stockhausen" la informò il grigiobarbuto scafato" i clienti di fine pomeriggio s'immedesimano al suono di Radio Colonia. Tra qualche ora qui non si scherza, entriamo in azione. Questo è l'unico bar della zona, non so se lo sapete, che in fatto di musica è di stretta osservanza elettronica. Se capitate di sabato, da mezzanotte in poi qui abbiamo la nostra Sessione Sinewave, qui si fa dal vero, vengono da tutta la regione, i tizi, San Jose, Santa Barbara, San Diego..."
"Dal vero?" disse Metzger "musica elettronica , dal vero ?"
"Si mette su tanto di nastro magnetico, in questo caffé, dal vero, amico mio. Abbiamo una retroscala zeppa di oscillatori, microfoni a contatto, dispositivi a cannone, tutto insomma. E perché ? Perché se la cosa la senti e vuoi esser del giro, non stai a mani vuote."

Thomas Pynchon, Un lento apprendistato,
(trad.ital. edizioni e/o, 1988)

(...)Al piano di sopra Callisto, perduto nel passato, non si accorse che il debole ritmo dentro all'uccellino cominciava a rallentare e a perdere colpi. Aubade, alla finestra, vagava tra le ceneri del suo mondo meraviglioso; la temperatura rimaneva costante; il cielo si era fatto scuro, di un grigio uniforme. Poi qualcosa al piano di sotto- l'urlo di una ragazza, una sedia rovesciata, un bicchiere caduto sul pavimento, non avrebbe mai saputo esattamente cosa sfondò quella distorsione personale del tempo ed egli percepì il tremito, la contrazione dei muscoli, i piccoli singulti della testa dell'uccellino; e il suo polso cominciò a battere più impetuosamente, come in un tentaticvo di compensazione. "Aubade" chiamò debolmente, "sta morendo". La ragazza, morbida e rapita, attraversò la serra per posare lo sguardo sulle mani di Callisto. (...)

(...) "Sono appena stata alla finestra" disse lei. Lui risprofondò nel letto terrorizzato. La ragazza rimase lì ancora un attimo, indecisa; da parecchio tempo ormai si era accorta dell'ossessione di Callisto, e in qualche modo aveva capito che quel 37 costante era ormai decisivo. All'improvviso, come se fosse giunta all'unica e inevitabile conclusione di tutto ciò, si mosse rapidamente verso la finestra prima che Callisto potesse parlare; scostò violentemente le tende e frantumò il vetro con le sue mani delicate, ritraendole insanguinate e luccicanti di schegge; poi si volse verso l'uomo disteso sul letto, ad aspettare con lui il momento in cui l'equilibrio sarebbe stato raggiunto, quando 37 gradi Fahrenheit avrebbero regnato dentro e fuori, per sempre, quando l'incerta e curiosa dominante delle loro vite separate si sarebbe sciolta in una nota tonica oscura e nell'assenza finale di ogni movimento."